Intervista

C’È STATO SEMPRE MOLTO MOVIMENTO NELLA MIA TESTA: PENSIERI, SENSAZIONI, INTUIZIONI, IMMAGINI, COLORI ED IN QUALCHE MODO DOVEVANO VENIRE FUORI..."

Come definire la sua arte, arte elettronica, computer art, oppure…?

Computer art, potrebbe andare bene. Arte elettronica non mi piace, perché sembra darmi  più la sensazione di qualcosa di non tangibile, di virtuale, di non concreto. E le mie opere non le vedi solo al monitor, le stampo e possono essere dei veri e propri quadri.

Se lei creasse le sue opere al computer senza stamparle, pensa che non darebbero la stessa emozione, viste al monitor?  

È più bello sapere che qualcuno ha nel proprio salotto o studio, o nel bagno, perché no (sorride ),  un mio lavoro.

In che modo poi fa stampare le sue opere?

Le faccio stampare da un mio laboratorio di fiducia, tecnicamente si dice che è una stampa su tela o carta fotografica ad impressione ottica e sviluppo chimico, così mi hanno scritto quelli del laboratorio, praticamente ho provato a mettere alcune prove d’autore nella vasca con acqua bollentissima e sono rimaste intatte. Insomma non vengono stampate con sistemi a Ink-Jet, o simili, il cui colore, ho visto, si scioglie con un po’ d’acqua che ci va su, poi dipende anche dalla qualità dagli inchiostri e stampanti. Al di là delle definizioni io preferisco stampe di alto livello qualitativo.
   
Ne fa una tiratura limitata ?

Sì, ho deciso che per ogni mio lavoro – tranne eccezioni che eventualmente comunico – produco e firmo una sola stampa su tela, un certo numero di stampe e prove d’autore, la tiratura viene specificata nel sito (se non avrò raggiunto il numero massimo di copie previste, meglio, quel lavoro avrà più valore. Metti che per un lavoro ne produco solo 10 copie, sarà una sfortuna per me,  ma una fortuna per tutti quelli che possiedono solo quelle 10 copie). Non escludo che se avrò fortuna e riterrò opportuno, forse, produrrò anche serigrafie per alcuni miei, o tutti, lavori.

Crea solo al computer, oppure usa anche metodi tradizionali: olio su tela, acquarello, acrilico…?

Assolutamente no! I miei strumenti del mestiere sono il mouse, la penna ottica, e la mia tela è il monitor. Spesso faccio qualche schizzo a matita, ma poi sempre al computer lo porto per continuare.  Olio su tela? no, qualche volta ho provato a fare qualcosa  con olio su teglia, e non è venuto male, me la cavo abbastanza anche in cucina (l’artista si compiace per la battuta).
 Non escludo che in un futuro possa produrre qualche opera anche in modo tradizionale, ho intenzione di fare qualche corso di pittura e imparare a usare anche il pennello e qualche tecnica fondamentale. Ma questo, preciso, solo per la mia grande sete di curiosità e voglia di apprendere sempre cose nuove. L’importante per me è il risultato finale, le emozioni che dai a chi osserva un tuo lavoro. Poi che un oggetto lo disegni con la matita o con il pennello o che lo disegni con la penna ottica o il mouse per me è lo stesso. Io disegno tutto a mano tranne in alcuni casi come ad esempio quando devo creare un riflesso sull’acqua o una bolla di sapone, ad esempio, in quel caso uso degli effetti perché non so farlo a mano.  Ma questa è una questione di tecnica non di creatività e la creatività per me è quello che conta quando realizzi un’opera. Anche nella pittura  c’è chi ha creato  opere d’arte stupende con semplici segni e colori , Kandinsky, Togo ad esempio –  i miei preferiti  ­–,  e chi ha riprodotto così bene una mela che sembra vera. Kandinsky probabilmente una mela neanche la sapeva disegnare, ma aveva nella testa quei colori e quelle sensazioni che forse un buon “tecnico” non immagina neanche lontanamente. Se io per qualche mia opera dovessi aver bisogno di una mela sicuramente la disegno in modo molto elementare e anomalo, ma se per qualche circostanza particolare, ma non credo comunque accada, dovessi aver bisogno di una mela perfetta in tutti i suoi dettagli, allora non ho nessun problema a farmela disegnare o fare una foto e a importarmela; ah, si intende, prima proverei a disegnarla con la penna ottica, ma non credo di essere in grado di disegnare una mela così perfetta.
E soprattutto non credo che in qualche mia opera avrò bisogno di un oggetto così perfettamente disegnato;  amo l’astratto, il surreale, e quando realizzo qualcosa di figurativo amo farlo in modo elementare, strano, inserito comunque in un contesto non razionale, anticonformistico. Non voglio dire cose negative su chi fa arte figurativa, ma non mi interessa: vedere in un quadro un bel paesaggio così verosimile, perfetto, il dare troppo peso ai dettagli in tal senso potrebbe uccidere o mettere da parte molte emozioni e non farle uscire impetuose come dovrebbero. Non vorrei essere frainteso, mi piace anche vedere un paesaggio dipinto così bene da sembrare vero,  ma avverto solo un gran piacere che avrei allo stesso modo nel vedere una foto di quel paesaggio, che non c’entra con le emozioni, più intense, che ti agitano dentro le passioni e i pensieri.  Amo molto i paesaggi di Van Gogh, quelli sì.

Ma lei fa anche fotografia, ed in qualche suo scritto, ne sostiene la validità come forma espressiva e di arte.

E lo è se è fatta in un certo modo. Se non riproduce proprio in modo verosimile un oggetto o un ambiente o un individuo, ma lo fa in modo “falsato”, particolare; insomma con un qualcosa di diverso dal normale. L’arte non deve essere normale, una imitazione del normale, ma un’alterazione della normalità. 
È difficile spiegare con le parole certi concetti, certe sensazioni, è qualcosa che ha a che fare con l’inesprimibile, che lo si può capire solo attraverso delle sensazioni che se ti vengono bene, altrimenti ti freghi, è duro arrivarci. Non è una questione di intelligenza, tutti lo siamo in modo diverso a dispetto di quanto comunemente si pensa, ma in che modo e in che percentuale la usi. Per quasi tutti i miei lavori io scrivo delle note, ma con quelle note cerco minimamente di spiegare qualcosa,  e sottolineo minimamente, il resto è inesprimibile e va intuito, sentito.

E se qualcuno questo inesprimibile non lo comprende?
  
Si frega, che posso farci, se non ci arriva, pazienza, arriva dove può, vuol dire che in tal caso quel lavoro e fatto solo per pochi eletti ( sorride). A me farebbe piacere che arrivasse a più persone, ma se ciò non  avviene, non ho i mezzi per farlo avvenire. Certe cose non ti possono venire dalle parole ma da quei segni e colori che hai davanti, sono loro che ti parlano, a volte singolarmente, a volte nell’insieme, ma con un linguaggio che assolutamente non può essere tradotto in parole. Poi, vede, a volte può capitare che qualcuno legge nei miei lavori qualcosa che io stesso che li ho fatti non vedo, e questo è bellissimo, l’importante secondo me è che non si resta indifferenti ma che qualcosa ti agita dentro. Per esempio quando ho realizzato Elvira (non pensavo di intitolarla così, molte volte i titoli vengono molto dopo la realizzazione dell’opera stessa e sono comunque relativi per quello che dicevo prima) volevo trasmettere una sensazione di colori, di spazio, pensavo al mare, al deserto, ma molti nell’osservarla hanno pensato a un nudo di donna. Riflettendoci bene potrebbe benissimo essere anche un nudo astratto, e sia! (ride divertito) Vede, è probabile che la mia testolina voleva far venir fuori un nudo e non me lo ha comunicato direttamente, ma per vie traverse.

Quindi lei realizza prima un suo lavoro e poi lo intitola?

Spesso è così, ma non sempre. Mi fa una domanda equivalente a quella che si può fare a un cantautore: scrive prima il testo e poi ci mette la musica? A volte titolo e disegno nascono insieme,  o quasi,  come  è avvenuto per Ragazza che dorme con impronte  (Sleeping girl with marks ), il titolo mi è venuto in fase di realizzazione ma solo in parte: l’avevo intitolato Ragazza che dorme, sleeping Girl, poi quando pensavo di averla finita, mi è passato per la mente un pensiero velocissimo e io l’ho afferrato al volo: ho pensato, nel vedere una prima prova d’autore, appoggiata sul divanetto in cucina, che Emilio, il mio gatto, potesse camminarci sopra e allora sono andato al computer e ho aggiunto delle impronte, non di gatto, impronte e basta, di un non so che, ed ho concluso Sleeping girls with marks.

Prima, all’inizio di questa intervista, lei ha parlato di contesto non razionale, anticonformistico, ma cosa intende di preciso?

Bisogna buttare fuori quello che si ha dentro, non bisogna pensare troppo, ma agire. Se una persona non sa neanche disegnare un alberello e crea quello che ha nella testa semplicemente pensando a un alberello, va benissimo. Poi se proprio vuole un alberello lo importa facendo delle operazioni di taglia e incolla, per me va benissimo, a me personalmente interessa osservare il risultato finale e capire quello che c’è dietro a livello emozionale, non di come ha fatto l’artista a disegnare quell’oggetto e di quanto tempo ci ha messo o… Nelle mie opere non esiste razionalità, logica, regole, può non esistere prospettiva (e questo non solo perché non so disegnare bene – questo è l’ultimo dei motivi -, ma per tutto quanto ho evidenziato riguardo la spontaneità delle emozioni): se la mia testa mi dice di accostare due colori contrastanti io lo faccio tranquillamente, per la mia mente vanno bene, se a qualcuno disturba perché avverte una sensazione aspra nel vederli o perché le regole dicono il contrario, me ne frego,  non uccido le mie sensazioni, la mia spontaneità e soprattutto io non tralascio niente, sono molto istintivo, quello che ho dentro lo trasformo in segni e colori. Poi può succedere che quello che viene fuori non mi piace e allora o lo limo, lo modifico o se proprio non mi convince lo butto via. E soprattutto io creo per me, perché è questo che mi fa stare bene, e me ne frega di ciò che pensano gli altri soprattutto i critici. Tanto sono pienamente convinto che qualsiasi cosa tu crei può far schifo o può essere un capolavoro, dipende se le sensazioni di chi  giudica sono in sintonia o meno con chi crea. Poi il tuo successo è solo una questione di fortuna, dipende fondamentalmente se incontri o meno le persone giuste. Per quanto riguarda me, se il successo arriva, se i miei lavori saranno apprezzati, perché avrò la fortuna di incontrare la giusta maggioranza, questo mi riempirà di piacere, ma diversamente non me ne farò un problema, continuerò a buttar fuori quello che ho dentro, perché mi fa bene.   
Per il momento mi fanno bene molti riscontri  positivi, che ho avuto specialmente dai miei amici che sembrano sinceri; mi ha fatto molto piacere avere consensi dall’architetto Bruno Pietro Sannazzaro, a lui piacciono quasi tutti i miei lavori, ma in particolare ha apprezzato New York Evening e Ristrutturazione o Reorganitation (qui ci sono due ­– o forse più – livelli di lettura: uno più profondo che può far pensare a una ristrutturazione mentale – quella che probabilmente qualcuno pensi serva a me, ah ,ah ah, ma annullerebbe la mia creatività –, l’altro, più superficiale, può far pensare a una ristrutturazione di una casa, di un capannone, che ne so,  di un palazzo antico).

Ha detto: quello che ho dentro lo trasformo in segni e colori. Come fa, segue qualche metodo?

Non lo so come faccio, avviene tutto al momento e senza metodi. Non è come avere un testo in italiano e tradurlo in un’altra lingua. Lì ci sono le regole i metodi. Non esiste nulla che ti fa passare da quello che hai dentro ai segni e colori in modo immediato, diretto . Nella testa a volte è tutto così movimentato, indefinito, sbiadito.

In che momento della giornata lei si sente più ispirato ?

Nel silenzio di una notte alta, quando non riesco a dormire e  sono in agitazione per i tormenti o le passioni più profondi della mia anima. Lì faccio follie d'autore! 

Ma lei ha sperimentato anche altre forme d’arte, vero?
Sì, ho scritto tanto: pensieri, racconti, ho in sospeso due romanzi, c’è stato sempre molto movimento nella mia testa: pensieri, sensazioni, intuizioni, immagini, colori e in qualche modo dovevano venire fuori, altrimenti stai male o sei insoddisfatto, ti senti turbato, compresso.
Comunque ho capito che al momento il disegno è uno dei modi  più adatti a esprimere ciò che ho dentro. Per arrivare a questo ho dovuto sperimentare tanto e per tanti anni, sono dovuto passare dalla scrittura, alla musica, alla recitazione, ma tutto questo mi è servito molto per capire. Per capire bene bisogna sperimentare molto perché certe cose le capisci solo vivendo. E chissà che in un futuro non scopro altre forme d’arte ancora più adatte a me.

Lei per ciò che realizza usa spesso la parola lavoro e non opera, come molti artisti fanno.

Non lo faccio affatto per una forma di umiltà, ma per il fattà che la definizione di opera è troppo impegnativa per il mio stato d’animo, mi potrebbe condizionare, bloccare; lavoro è una cosa molto normale, mi sento più a mio agio usando quest’ultimo termine, poi che si chiami ciò che creo opere, o in altro modo, che importa.

Classica domanda: che si aspetta dal futuro?

Tante idee e tanta creatività, tante visite alla mia gallery nel mio sito dsrenard.blogspot.it